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Una Nuova Prospettiva

La nuova Mafia che controlla Vittoria

piolatorre.jpgIn occasione della presentazione del libro di Pio La Torre riceviamo e pubblichiamo un contributo sulla nuova mafia che controlla Vittoria da parte di Giorgio Stracquadanio (Sinistra Arcobaleno Vittoria) che ringraziamo per il contributo.

Quella che sembra essere una costante di Vittoria e delle letture che si fanno del territorio vittoriose è che il male è tutto il male possibile ed il bene è tutto il bene possibile. In questo territorio non si riescono a capire le contraddizioni, non si comprendono le dinamiche, non si isolano i confini, non si misurano le difficoltà. Vittoria sembra che non tocchi mai il fondo ed ogni qual volta si è convinti di aver raggiunto un livello d’abisso e da li risalire, fatti nuovi e improvvisi la spingono più in basso. Come se il limite non si raggiungesse mai. Il masso, la zavorra che tira la città verso il basso è una criminalità che si evolve e muta con la stessa velocità con cui si è evoluta ed è mutata la nostra società. Una criminalità che subisce e sopporta la capacita repressiva delle forze dell’ordine e magistratura. Dal 1997 al 2007 sono stati arrestati a Vittoria 781 (dati DDA) persone per fatti riconducibili alla criminalità organizzata. Ma questa repressione non riesce a scalfire il progetto. C’e sempre qualcuno pronto a farsi avanti e a sostituire chi viene incarcerato. Appartenere ad un gruppo ad un clan diventa una sorta di aspirazione. Ma a differenza degli anni ’80 e ’90, che vedevano i vecchi clan come macro-organizzazioni, una Fiat del malavita, facilmente individuabili che assemblavano a se ogni forma di criminalità e non tolleravano, stroncando violentemente sul nascere ogni tentativo di disubbidienza e di attentato alla loro supremazia, oggi la nuova criminalità organizzata ha cambiato atteggiamento. E’ stata avviata una sorta di flessibilità e di precarietà del crimine. Non si sente più come in passato la necessità di costituirsi in una macrostruttura visibile che tiene a libro paga i propri adepti. Troppo visibile. Troppo costoso. Meglio dare spazio controllando. E allora può succedere che un gruppo di persone può costituirsi in banda e rapinare, rubare beni e rimetterli nel mercato, taglieggiare i piccoli imprenditori, senza subire come in passato o il massacro o l’inglobamento nel clan. Questa nuova criminalità che viene definita micro non è composta da individui che fanno crimini per comprare l’auto o la moto di tendenza. Chi sceglie di fare rapine, aggressioni furti o racket lo fa per migliorare la propria capacità economica. Le rapine e i furti sono i primi scalini che servono ad avere quella liquidità che permette di avviare un’impresa. Il crimine è diventato un percorso di crescita, non è più un gesto frutto della disperazione. La violenza e la spettacolarità delle azioni sono il valore aggiunto.
Non si sentono dei criminali si sentono imprenditori. Tutto questo afferma un concetto semplice: rispettare le regole è il limite del perdente. Per questo malgrado gli arresti a raffica altri sono pronti a salire su questo carro per provare la scalata. Mentre la città da un lato vede affermarsi queste nuove forme di neoparassitismo violento dall’altro i nuovi reggenti del clan in modo tranquillo spingono il loro affari, le loro imprese verso un alto grado di sviluppo. Il carburante di questo sviluppo? La cocaina. Un prodotto, una merce che in tutto territorio provinciale sta avendo un mercato in continua crescita come è stato evidenziato dalla relazione annuale del SERT. L’impresa-coca è diventata in poco tempo il business più redditizio, il petrolio bianco, il miracolo economico capace di sviluppare verticalmente il fatturato della Cosa Nuova che regge la zona. Mentre i nasi imbiancati aumentano, i proventi del nuovo business vengono rinvestiti in attività legali che hanno sede nel territorio ma anche fuori dal territorio (Si veda l’articolo del Sost. Proc. Fabio Scavone comparso su “Non mettiamoci una pezza” e l’articolo di Repubblica del 5 dicembre scorso).
Al centro di queste vortice che cerca di avvolgere tutto ci sta la Vittoria buona, quella che ama definirsi società civile, la Vittoria colta, dotta che parla il dialetto con le sonorità antiche di Neli Maltese, che spende ore a parlare di liberty ma non si è ancora resa conto che i liberty è stato temperato a tal punto dalla voglia di demolire e ricostruire da essere ridotto ad un moncherino di matita.
Questa Vittoria, che non accetta di essere oscurata dalla Vittoria violenta, ignora i problemi reali che la città sta vivendo. Questa parte della città progressista e insieme tremendamente conservatrice non ha capito che è la sua leggerezza ad essere oscurata dalla violenza. Nasconde a se stessa che le nuove forme di micro e macro criminalità sono in grado di versare capitale e di creare economia nel territorio e fuori dal territorio e quindi di formare, paradossalmente, ricchezza ma non sviluppo.
Questa ricchezza crea, forse, punti di contatto tra i vari strati sociali della Città?
Tutto questo riguarda solo questo territorio o da qui si innescano economie e contraddizioni che irrigano il resto della provincia?
Su questa analisi e su queste domande voglio e spero che si apra un dibattito vero e non una sterile polemica.
Chi ritiene in provincia che questo cancro inestirpabile non appartiene al suo corpo fa una lettura troppo superficiale. Non si può continuare ad avere una visione consolatoria di Vittoria, non è per nulla innovativo. Anzi è tremendamente oscurantista.

Giorgio Stracquadanio.

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