Vi proproniamo un pezzo già pubblicato dal giornale “Dialogo”. Grazie a Pietro Tripodi per avercelo concesso.

Segmentazione del mercato
Acqua: bene pubblico irrinunciabile

Uno di questi pomeriggi, invece della lunga passeggiata che generalmente si finisce cercando ristoro al Bar Centrale, propongo a Giorgetti d’andare a trovare una mia anziana zia. La zia ci riceve con calore e si percepisce la contentezza per questa sorpresa: le regaliamo momenti relazionali che la staccano dalla monotonia dei lunghi e silenziosi pomeriggi invernali. Ci fa accomodare nella piccola e stretta cucina, apparecchia il tavolo con grazia e passione, come per le grandi occasioni: la candida tovaglia di sfilato siciliano sembra accogliere nel suo grembo le tazze di fine porcellana, le posate dalla forma aggraziata, la biscottiera colma di leccornie dalle forme più diverse. “Vi preparo un’ottima cioccolata calda”. Intanto si chiacchiera e ci scambiamo informazioni.
Avete saputo? Sembra che circa un milione di euro destinato a risolvere i problemi di penuria d’acqua, che mortifica la nostra città, siano stati impiegati per altri scopi”. “Sembra”, continua la zia, “che siano stati dirottati per l’illuminazione pubblica che poi, sembra, pubblica non è”. Io, che non so niente di tutto questo, guardo Giorgetti il quale mi fa un cenno per farmi capire che conosce l’argomento. Mi rivolgo alla zia: “In che senso l’illuminazione pubblica che poi pubblica non è”?
Intanto la faccia di Giorgetti si oscura; si capisce che non vuole parlare per portare rispetto alla zia, ma se potesse … ne direbbe quattro. “Sembra”, prosegue la cara zia, “che, invece d’illuminare una strada pubblica o un quartiere mal illuminato, quei soldi sono serviti per piantare pali della luce nelle immediate vicinanze di case e villette di gente importante, di gente influente. Sembra che alcuni di questi lampioni siano stati piantati proprio davanti all’entrata di queste villette sparse nelle campagne comunali”. Zia, dove hai sentito queste notizie? Figlio mio, sono vecchia e vivo di letture di libri e giornali per poi nella serata seguire i comunicati nella tv e nella radio. La gente che incontro, nei supermercati e nelle parrocchie, ne parla … e come se ne parla!
A questo punto Giorgetti non ne può più e sbotta: “I giornalisti sono degli emeriti mistificatori, pubblicano fandonie facendole passare come inchieste e deformano i fatti. Credetemi, sono solo falsità quelle che si dicono; si vuole infangare le facce di persone perbene che tanto fanno per la nostra città. Fango sul viso: questa è la riconoscenza che si ottiene a fronte dei sacrifici sostenuti per il bene comune”. Giorgetti continua: “Si deve tornare alla censura totale dell’informazione sia su carta che nella radio, nella televisione e in internet. Chi vuole mettere zizzania dovrà essere censurato, se persisterà si dovrà arrivare alle ammonizioni amministrative ed economiche, per poi chiudere i giornali, le radio, le tv ed oscurare i siti internet facinorosi”.
Io mi mordo il labbro inferiore, la zia si chiude nelle spalle dando l’impressione di diventare più piccola di quella che è. Basta! Basta figli miei. Non arrabbiatevi; sorseggiate la cioccolata calda la cui bontà riesce a mandar giù tutti i rospi che ci girano intorno. L’acqua, però, è preziusa. La saggezza degli anziani è, risaputamene, straordinaria e tempestiva. La zia ci riporta alla ragione e, a me, lontano con la memoria.
Ogni volta che noto scorrere l’acqua inutilmente dai rubinetti intervengo sulle mie figlie proprio come adesso la zia ammonisce: l’acqua è un bene prezioso, non consumiamola inutilmente.
Ricordo che nella mia città d’origine, quando ero ancora piccolo, non tutte le abitazioni avevano l’acqua corrente in casa. C’erano le condutture pubbliche che portavano l’acqua alle fontanelle rionali dove, in alcune ore del giorno, si formavano le file per approvvigionarsi d’acqua; si riempivano secchi, bidoncini, boccioni, bottiglie, vaschette. Le lunghe attese favorivano i pettegolezzi o gli apprezzamenti sulle persone che non di rado facevano scoppiare improvvise liti. Andare alla fontanella per prendere l’acqua poteva comportare un certo rischio.
Il consumo dell’acqua era assolutamente parsimonioso, sia per chi doveva approvvigionarsi alle fontanelle ma anche per chi aveva l’acqua in casa per qualche ora al giorno. Raccontare oggi della fatica per trasportare l’acqua dalla fontanella a casa appare assai anacronistico. Comunque, penso che raccontare può illuminare i ragionamenti per “vedere” e ricordarsi di ciò che eravamo. La fatica per prendere l’acqua era così tanta che si può immaginare la moderazione del suo uso; versarne dalla brocca la giusta quantità nella bacinella per potersi lavare mani e viso, oggi fa solamente ridere. Allora, chi sbagliava era facile che si beccava un meritato scappellotto.
Avere l’acqua in casa fu per tutte le famiglie una vera conquista sociale, che determinò un significativo miglioramento delle condizioni di vita. La vasca da bagno sostituì la tinozza, la lavatrice sostituì il duro lavoro nei lavatoi pubblici, il lavandino sostituì il lavabo d’altri tempi (fatto di brocca, lavamani e secchio per raccogliere l’acqua sporca) e così via. Per questi trascorsi l’acqua è considerata un bene irrinunciabile e proprio per questo la gestione non può che essere pubblica.
Le parole della zia mi scuotono e mandano all’aria i ricordi: “L’acqua non può essere considerata come se fosse merce, è un bene troppu preziusu … di prima necessità”. Si può anche reggere la mancanza o l’insufficienza d’illuminazione pubblica, ma non la mancanza d’acqua.
Giorgetti non vuole più parlarne, si limita, malvolentieri, ad ascoltare. Io so, però, che lui è assolutamente favorevole alla privatizzazione del servizio di distribuzione dell’acqua, convinto che tutto ciò che è pubblico fa schifo e tutto ciò che è privato è bontà, precisione, efficienza e risparmio. Ricordo, a questo proposito, un nostro battibecco quando, nelle vicinanze di Agrigento, si trovò una vena d’acqua la cui portata al secondo era eccezionale. Come si sa, in quella città solamente una volta a settimana (e per poche ore) si possono aprire i rubinetti nella speranza di veder scorrere qualche goccia d’acqua. Dopo il ritrovamento pensai che da quel momento Agrigento avrebbe finito di soffrire. M’illudevo. Gli Enti Pubblici territoriali non fecero nulla per risolvere, una volta per sempre, i problemi connessi alla mancanza d’acqua. I privati, invece, intravidero la possibilità di lucrarci sopra. Si costruì uno stabilimento d’imbottigliamento tecnologicamente avanzato. Morale: chi vuol bere, paghi. L’acqua è diventata oggetto di business e come per tutti i mercati c’è una domanda (i cittadini assetati) e un’offerta (investitori che intravedono occasioni di guadagno).
Col tempo la furia del “privato è bello” ha investito un po’ tutto e tutti. Per quanto riguarda l’acqua, molti comuni italiani hanno scelto di privatizzare il servizio.“Non è giusto”, dice la zia, “è il Comune che dovrebbe occuparsene”. Intanto la privatizzazione ha disatteso le aspettative di un miglior servizio, di una contrazione della spesa comunale, di una bolletta più leggera per le famiglie. Che dire? La zia sgrana gli occhi, stringe le spalle, apre le mani e poi timidamente ci fornisce un’informazione che tuttora mi lascia incredulo: “Io so che Parigi, dove da anni era stata fatta la privatizzazione del servizio dell’acqua, è ritornata sui suoi passi programmando, per il 2010, il ritorno al pubblico con gli obiettivi di un miglioramento del servizio e una diminuzione della spesa per i parigini”.
A noi italiani piace affacciarci alla finestra e stare a guardare. Chi vivrà vedrà. Intanto, per vedere, si è garantita l’illuminazione, anche se a villette e case sparse per la campagna; poi, se è il caso si provvederà per dare l’acqua agli assetati.

Modica li 4 dicembre 2008                                                                            Pietro Tripodi
pietrotripATtiscali.it

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