Oggi, 26 marzo, è stato inaugurato il museo “Gli italiani in Africa”, presso una sede ubicata al piano terra del palazzo municipale.
Il materiale esposto è tutto o quasi di provenienza militare italiana: una vera apologia del colonialismo e del fascismo, come si può notare anche dai materiali grafici esposti (giornali, mappe, cartoline, proclami) e dalle foto affisse.
E’ sorprendente che una simile iniziativa, cui non sono mancati i contributi di parte pubblica (quindi dei cittadini) possa veder luce in uno spazio comunale, in maniera così acritica e antistorica.
Tutte quelle divise militari, degli ascari e di qualche cappellano, fatte indossare a dei manichini, così pulite e ben stirate, senza neppure una macchia di sangue. Eppure di sangue ne fu versato nelle imprese coloniali italiane, giudicate da tutti gli ambiti internazionali ufficiali, come tra le più criminali che la storia del colonialismo occidentale abbia conosciuto.
Ci saremmo aspettati di vedere nel Museo le forche in cui venivano impiccati i resistenti etiopi, somali, eritrei, libici, tigrini; i lanciafiamme con cui venivano bruciati i cadaveri dei tantissimi massacri e delle tante rappresaglie; il filo spinato con cui si circondò il territorio libico in mano ai resistenti capeggiati da Al-Muktar, poi fatti prigionieri, impiccati, deportati, fatti morire nei campi e
alle Tremiti. Avremmo voluto vedere le maschere antigas e le pompe con cui i militari italiani spargevano la terribile iprite nei villaggi (uno dei primi usi di gas velenosi nella storia militare). E poi le foto degli impiccati, i pali con i trofei umani appesi (genitali e parti del corpo)… Insomma, per essere un museo sull’Italia in Africa, veramente lo abbiamo trovato carente sul piano della verità storica e del materiale espositivo. Un museo inutilmente di parte, offensivo per gli antifascisti e per tutte le vittime di quelle imprese disgraziate.
Per fare un solo esempio, nella sola guerra d’Abissinia (1935-1941), vi furono 2 mila chiese bruciate, con i loro oggetti d’arte; 525 mila case o capanne distrutte; 275 mila persone uccise in azioni di guerra italiane; 75.000 patrioti abissini uccisi in campo di battaglia; 30.000
uccisi durante la strage del 1937; altri 24.000 patrioti condannati dalla Corte Marziale italiana e uccisi; 35.000 persone morte nei campi di concentramento; 300.000 persone morte in seguito alle privazioni per aver avuto i villaggi distrutti. Queste sono le cifre ufficiali in base alle quali nel settembre del 1945 il governo italiano e quello etiope si accordarono per le riparazioni dovute dal primo. E stiamo parlando solo di 5 anni e dell’Abissinia. Si pensi a cosa è accaduto nei 75 anni considerati dagli ideatori del Museo.
Crediamo che questa struttura vada chiusa al più presto, e che in città si apra una seria riflessione su quel periodo, organizzando al più presto un convegno storico, chiamando a relazionare i più illustri studiosi della materia. Questo sarebbe fare veramente un servizio alla storia e alla verità.

Gruppo Anarchico di Ragusa
Via G. B. Odierna, 212 – Ragusa

Ragusa, 26-3-2009

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